Ma noi siamo tutto?
In un mondo caotico, pieno di oggetti, eventi, distrazioni e affanni, dove la molteplicità sembra un principio primo, che senso ha chiedersi “Noi siamo tutto?”
I filosofi ci hanno insegnato che l’unica certezza incontrovertibile è quella di noi stessi: la certezza, personale e irriducibile, di esistere. Tutto il resto appare come percezione esterna, meno intensa e pervasiva rispetto alla coscienza del nostro esistere.
La psicologia, dal canto suo, ci ricorda che ogni individuo interpreta la realtà a partire da sé, dai propri pensieri coscienti e, ancor più, da quelli inconsci. In Programmazione Neuro-Linguistica si direbbe: dalla propria “mappa” del territorio.
Non esiste, per la coscienza, una realtà oggettiva colta nella sua purezza cristallina e separata dai filtri con cui la interpretiamo. Ogni colore, ogni suono, ogni esperienza passa attraverso la lente della soggettività, logica ma soprattutto emotiva. Una canzone che fa sognare una persona può risvegliare in un’altra ricordi dolorosi.
Questa è la condizione umana: il mondo ci si offre sempre mediato dallo sguardo dell’osservatore. Non conosciamo la realtà in sé, ma solo la sua traduzione nella nostra interpretazione. Dall’interpretazione scaturisce poi l’azione: il modo in cui affrontiamo, trasformiamo o sopportiamo le esperienze della vita.
In questo senso radicale, “io” sono tutto, perché tutto ciò che esiste prende forma dentro la mia ricostruzione interiore, plasmata dalle esperienze, limitata dai sensi e dall’intelletto.
Si potrebbe dunque dire che anche “l’altro” non è davvero “fuori” di me. Quando incontro una persona, entro davvero in relazione con lei oppure la ricostruisco dentro di me, usando i mattoni delle mie categorie, dei miei schemi e dei miei preconcetti? Quante volte abbiamo sentito pronunciare a sproposito: “Io ti conosco”?
Nemmeno l’empatia – la capacità di percepire ciò che l’altro sente – è un vero uscire da sé. È piuttosto l’accesso a emozioni che già abitano in noi, ma che spesso ignoriamo o da cui ci difendiamo fuggendole.
Eppure viviamo in sistemi sociali che spesso ignorano queste evidenze.
Ecco perché radicarsi nella propria essenza, indagarla secondo l’antico invito “Conosci te stesso” non è regressione nostalgica, ma il punto di partenza per fare esperienza del “tutto”.
Allora, noi siamo tutto?
Sì. Almeno nella misura in cui conosciamo solo ciò che viene ricostruito dentro di noi. E proprio da qui inizia ogni possibile cammino: dalla consapevolezza che l’universo, per ciascuno di noi, non è altro che una personale rappresentazione interiore.

